Uplands&Icons è il titolo della nuova mostra fotografica ospitata dal Comune di Biella e dedicata a uno dei più noti fotografi contemporanei: Steve McCurry. L’esposizione, aperta al pubblico dal 6 Dicembre 2024, riunisce circa 120 scatti riconducibili alle tappe cruciali della sua carriera, dalle missioni in terra afgana e tibetana ai viaggi in Giappone e in Yemen. L’iniziativa, curata da Biba Giacchetti (fondatrice di Studest57, agenzia promotrice di fotografi autoriali in ambito aziendale e culturale), resterà visitabile fino al 18 Maggio 2025.

L’artista…
Steve McCurry è considerato, da oltre cinquant’anni, tra le voci più influenti della fotografia globale. La destrezza nell’impiego del colore, la dedizione per l’arte dello scatto e l’empatia nei confronti dei propri soggetti trasformano le sue fotografie in lavori straordinari.
…E una sua breve biografia
Nato nel 1950 nei sobborghi di Philadelphia, McCurry frequentò la facoltà di Cinema e Storia presso la Pennsylvania State University (dove conseguì ben due lauree, di cui la seconda Ad Honorem). Poco dopo, venne coinvolto in una collaborazione con un giornale locale, grazie a cui intraprese il suo primo viaggio in India. Ebbe così inizio una lunga serie di spostamenti che lo distanziarono sempre più dalla realtà capitalista statunitense. In breve tempo, infatti, McCurry cominciò a conoscere realtà ignote di regioni preservatesi intatte dall’intervento umano e dove sopravvivevano soltanto ristretti clan famigliari. In più di un’occasione, poi, McCurry entrò in contatto con alcuni gruppi di rifugiati afgani ed ebbe la possibilità di assistere all’oppressione di un intero popolo per mano sovietica. La testimonianza di simili orrori diede avvio a un’instancabile opera di documentazione di volti ed eventi taciuti dai media occidentali.
La mia vita è plasmata dall’urgente necessità di esplorare e osservare, e la macchina fotografica è il mio passaporto.
Steve McCurry
Una mostra in due sezioni
All’interno della mostra, gli scatti di Steve McCurry sono stati ordinati secondo due sezioni, distinte per soggetti e tematiche. Presso Palazzo Gromo Losa sono esposti i più affascinanti Uplands (“terre alte”) incontrati dal fotografo, mentre nelle maestose sale di Palazzo Ferrero è possibile immergersi tra gli sguardi di alcune delle più note Icons della sua carriera. Si ha, dunque, l’opportunità di assistere a una vera e propria narrazione visiva tra paesaggi sconfinati, volti memorabili e legami inscindibili tra uomo e natura.
L’essenza incontrastata degli altipiani
Il fascino selvaggio che gli scenari naturali di McCurry infondono è incomparabile. Il mistero primordiale e l’atmosfera sospesa di alture rimaste inviolate per secoli traspaiono da ogni fotografia e saturano l’ambiente circostante di una profonda malinconia per dimensioni a noi occidentali sconosciute. Anche nelle circostanze più estreme (come le temperature elevate e la stagione dei monsoni nell’India settentrionale), la quotidianità delle popolazioni locali pare intrisa di una serenità e di un equilibrio inverosimile per la nostra frenesia. Un esempio è il ritratto di un minatore di Pol-e-Khomri, località situata a nord dell’Afghanistan (terra ricca di minerali, tra cui il carbone) risalente al 2002. A riguardo, McCurry affermò:
Questo minatore era appena riemerso dal suo turno di 12 ore. Tutto avrei immaginato, ma certo non il suo immediato desiderio, appena uscito alla luce del sole, di accendersi una sigaretta. Ma eccolo lì, con la sua sigaretta e lo sbuffo di fumo.
Steve McCurry

Lo sguardo come testimonianza
Gli sguardi magnetici degli uomini e delle donne fotografati da McCurry sono contraddistinti da un’intensità peculiare, difficilmente identificabile altrove. I loro occhi appaiono curiosi, quasi divertiti, nel tentativo di scrutare non soltanto l’obiettivo che li inquadra, ma anche chiunque si celi alle sue spalle: l’artista, ma soprattutto l’osservatore. L’abilità di McCurry di instaurare, in pochi attimi, un rapporto di intesa reciproca con i propri soggetti gli ha consentito di restituire in immagini la resilienza di esseri umani isolati dal resto del mondo, di raccontarci con dignità condizioni di vita per noi spesso inimmaginabili.
Verga-McCurry: la sopportazione umana
Ciò ha, in parte, alcune corrispondenze nella storia europea del Novecento, metro di paragone certamente a noi più vicino. Basti pensare alla produzione verista di Giovanni Verga, che in opere come I Malavoglia o Vita dei campi ritrasse in maniera icastica l’esistenza precaria delle realtà siciliane dimenticate dalle istituzioni. Ciò, per altro, fu tradotto magistralmente da Luchino Visconti in La terra trema del 1948 (film ispiratosi proprio alle vicende della famiglia dei Malavoglia): il più alto trionfo visivo di Visconti risiedette nella capacità di “congelare” i personaggi nella messa in scena, originando dei veri e propri tableaux vivants. Gli umili abitanti di Aci Trezza vennero così raffigurati in fiere pose marmoree. L’abilità di artisti del calibro di Verga, Visconti e McCurry consiste nel saper cogliere al contempo fragilità e forza umane e veicolare come le difficoltà possano talvolta tramutarsi in modelli di resistenza.

McCurry e la frontiera afgano-pakistana
Nel 1984, McCurry, in viaggio nel subcontinente asiatico per documentare gli effetti distruttivi del monsone e il fascino delle ferrovie indiane, venne contattato dalla redazione di National Geographic per condurre un fotoreportage nei campi profughi allestiti lungo la frontiera afgano-pakistana. McCurry accettò senza esitazione e ancora oggi ricorda di come, passeggiando a Peshawar (in Pakistan, appunto), la sua attenzione fosse stata catturata da un’aula scolastica femminile, ospitata all’interno di una tenda. Entrato, McCurry ricevette dall’insegnante l’autorizzazione a fotografare le alunne. Il suo sguardo, tuttavia, cadde immediatamente su una ragazza in particolare: Sharbat Gula.
L’incontro con Sharbat Gula
Tra i lavori esposti presso Palazzo Ferrero, infatti, è presente il ritratto del 1984 di Sharbat Gula, forse l’opera più celebre di Steve McCurry. Egli ha più volte raccontato la timidezza della “bambina afgana” di fronte all’obiettivo, come si evince anche dalla sua postura un poco ricurva su sé stessa.
La sua era un’espressione intensa, tormentata, nonostante avesse soli dodici anni. Siccome era molto timida, pensai che, se avessi fotografato prima le sue compagne, avrebbe acconsentito più facilmente a farsi riprendere. […] Suppongo fosse incuriosita da me quanto io lo fossi da lei. Dopo qualche minuto si alzò e si allontanò, ma per un istante tutto era stato perfetto: la luce, lo sfondo, l’espressione dei suoi occhi.
Steve McCurry sul ritratto di Sharbat Gula
Lo scatto
Lo sguardo di Sharbat Gula è tanto magnetico ed enigmatico da provocare in chi la osserva una sorda inquietudine: i suoi occhi verdi sono fulcro nitido e irresistibile, mentre la pelle segnata, i capelli scuri e il velo color ruggine si trasformano in un contorno. Il ritratto, divenuto nel tempo simbolo globale della sofferenza dei rifugiati, continua a distanza di quarant’anni a interpellare silenziosamente ognuno di noi.
Sapevo si trattasse di un ritratto importante per la profondità dei suoi occhi. Raccontavano la tristezza del popolo afghano e le difficili condizioni in cui erano costretti a vivere nelle tende di quei campi profughi.
Steve McCurry
A seguito del loro incontro, McCurry non interruppe mai il proprio sostegno alla famiglia di Sharbat Gula, aiutandola a fuggire dalla propria terra dopo il ritorno dei talebani nel 2021.

Un’esperienza imperdibile
L’obiettivo dell’esposizione, in conclusione, è scortare i visitatori nella sconfinata natura montana della fotografia di McCurry, in cui l’essenza della vita si radica nell’oscillazione tra pericoli e risorse e nella struggente bellezza di realtà a noi lontane. Un’opportunità davvero immancabile!
Immagine in evidenza: Artsy