Etichette sociali: ci definiscono o ci limitano?

Ogni giorno usiamo etichette per definire noi stessi e gli altri, spesso senza nemmeno accorgercene. Ma ci siamo mai chiesti se queste categorie ci sono utili come punti di riferimento o, al contrario, restringono la nostra visione? Quando le etichette possono diventare un ostacolo alla nostra crescita e alla comprensione degli altri?

Le parole plasmano la realtà

Il potere della parola ha affascinato e ispirato filosofi, intellettuali, artisti e pensatori di tutti i tempi, che hanno riconosciuto il linguaggio non solo come uno strumento di comunicazione ma come una forza attiva nel modellare il nostro pensiero, la nostra identità e la nostra interazione con gli altri.

Nello sviluppo evolutivo, da quando cresciamo, formiamo delle idee su ogni cosa con cui entriamo in contatto: la nostra cognizione non si limita a percepire il mondo, ma lo organizza attraverso il linguaggio. Alcuni studi indicano che l’etichettatura sociale inizia nell’infanzia e fa parte dei nostri istinti di sopravvivenza: semplificare la complessità relazionale asseconda il bisogno umano di controllo e ci rassicura, ci dice che le cose vanno esattamente come ci aspettiamo.

Connotiamo le persone mediante un’attribuzione aprioristica di caratteristiche socio-psicologiche che codificano aspettative verso sé stessi e gli altri, tuttavia questo può avere un impatto sull’identità personale di un individuo e diventare radicato nella sua psiche.

La teoria dell’etichettamento e l’effetto Pigmalione

La teoria dell’etichettamento (labelling approach), sviluppata nell’ambito dell’interazionismo simbolico, da studiosi come Howard Becker e Edwin Lemert, evidenzia come i gruppi sociali più potenti possano attribuire l’etichetta di “deviante” ai membri di gruppi più deboli, influenzando il comportamento di questi ultimi. Questo processo può trasformarsi in una profezia che si autoavvera (self-fulfilling prophecy), un concetto introdotto dal sociologo statunitense Robert K. Merton nel 1948.

Inoltre, negli anni ‘60 lo psicologo Robert Rosenthal insieme alla collega Lenore Jacobson scoprirono il fenomeno dell’effetto Pigmalione: la loro equipe condusse un esperimento di psicologia sociale in una scuola elementare, durante il quale sottopose gli studenti a un test di intelligenza. Successivamente, scelse in modo del tutto casuale alcuni di loro e li presentò agli insegnanti come i più dotati, facendo credere che la selezione fosse basata sui risultati del test. Un anno dopo, tornando nella scuola, Rosenthal constatò che gli studenti indicati in precedenza avevano ottenuto miglioramenti significativi nel rendimento rispetto ai loro compagni.

Il risultato dell’esperimento fu chiamato “effetto Pigmalione”, ispirandosi al mito greco di Pigmalione, lo scultore che, innamoratosi di una statua da lui stesso creata, ottenne dalla dea Afrodite che prendesse vita trasformandosi in una donna reale.

Quale impatto possono avere le etichette?

Le etichette, anche quando nascono con buone intenzioni, possono indurre una persona a concentrarsi più sul mantenimento del riconoscimento sociale che su ciò che conta davvero. Ad esempio, un insegnante che mette in evidenza che un bambino è un “bravo studente” potrebbe spingerlo a focalizzarsi sul mantenere questa immagine, distogliendo l’attenzione dal vero obiettivo: il processo di apprendimento.

Questo fenomeno può manifestarsi in diversi contesti, come la scuola, il lavoro e lo sport, e in ogni fase della vita. Tuttavia, l’infanzia rappresenta un momento particolarmente delicato, poiché il bambino è in una fase di costruzione della propria identità e tende ad interiorizzare le percezioni e le aspettative degli adulti di riferimento.

Le etichette che diamo a noi stessi

Le etichette più fastidiose sono quelle che ci attribuiamo da soli, perché spesso non si limitano a descriverci, ma si trasformano in giustificazioni che ci impediscono di affrontare sfide o cambiamenti. Pensiamo a frasi come: “Ormai sono troppo vecchio per provarci”, “Non sono bravo a parlare in pubblico” o “Non ho il fisico adatto per fare sport”. In realtà, si tratta di pretesti che ci fanno restare nella nostra zona di comfort, proteggendoci dal rischio di diventare qualcosa di diverso da ciò che crediamo di essere, ignorando che siamo in continuo cambiamento.

Ecco qualche domanda che potrebbe aiutarti a riflettere sulle tue etichette:

  • Chi mi ha insegnato a definirmi in questo modo?
  • Questa etichetta è basata su fatti o su emozioni momentanee?
  • Riguarda ciò che sono o ciò che temo di essere?
  • Sto usando questa etichetta per evitare di cambiare?
  • Mi aiuta a crescere o mi limita?
  • Chi sarei senza questa etichetta?

Per le etichette che rivolgi o pensi verso gli altri, chiediti: 

  • Questa etichetta è basata su un’esperienza diretta o su un pregiudizio?
  • Esistono esempi che smentiscono questa etichetta?
  • Quali emozioni mi spingono a usare/ pensare questa etichetta? Paura, insicurezza, bisogno di appartenenza?
  • Sto considerando l’intera persona o solo un aspetto di essa?
  • Sto giudicando questa persona per chi è o per come mi fa sentire?
  • Come posso conoscere meglio questa persona al di là dell’etichetta che le ho dato?

Il linguaggio è pieno di concetti falsi, di classificazioni false, di associazioni false. Le persone non si accorgono quanto il loro linguaggio sia soggettivo e quanto le parole che dicono siano diverse, benché impieghino tutte le stesse parole. Non vedono che ognuno parla una lingua sua propria, non comprendendo affatto o solo in modo vago quella degli altri, e non avendo la minima idea del fatto che gli altri parlano sempre in una lingua a loro sconosciuta. Le parole delle quali fanno uso sono adattate ai bisogni della vita pratica; possono in tal modo scambiarsi delle informazioni di carattere pratico, ma non appena passano in un campo un po’ più complesso, si smarriscono e cessano di comprendersi, benché non se ne rendano conto.

Il filosofo P.D.Ouspensky, citando Gurdjieff 

Il campo complesso a cui si riferisce Ouspensky non è altro che la nostra soggettività. La soggettività di ciascuno che chiede di essere liberata dalle parole, etichette che noi e che gli altri le hanno assegnato. Liberarsi per essere qualsiasi cosa, per essere ciò che desidera e per il tempo che lo desidera.

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